Rosa Gentile: “E’ il momento di puntare su noi”
“Noi riteniamo di essere innovative, creative, flessibili. Sappiamo esattamente quanto contribuiamo alla crescita economica del Paese sia in termini di Pil che di gettito fiscale. Ma per noi i soldi non ci sono mai. Ora reclamiamo i nostri diritti e vogliamo stabilire questo principio anche in una fase economica che ha assottigliato le risorse dello Stato”. Rosa Gentile tira le fila di due giorni di tavole rotonde, incontri, esperienze di altri paesi. Nel discorso conclusivo della IX Convention Confartigianato Donne Impresa, la Presidente delle imprenditrici artigiane ha posto l’accento, in particolare, su tutti i passi che il Paese deve ancora compiere per arrivare al pieno riconoscimento del valore del lavoro femminile. Un percorso lungo visto che “finora le Istituzioni non hanno creduto e investito sulle donne”. Una parte della strada comunque è stata percorsa: “Abbiamo segnato una meta – ha detto -, abbiamo raggiunto parte dell’obiettivo. Fino a poco tempo fa erano pochi i soggetti che sostenevano che l’autoimprenditorialità era utile. Oggi sono molti di più”. La scarsa crescita del lavoro femminile rispetto alla media dei Paesi della UE, per Rosa Gentile rappresenta un vincolo per l’intera economia del Paese. “L’Italia – ha sottolineato - non riprenderà a crescere finché non punterà sulle donne. Ritrovarci qui il prossimo anno con gli stessi problemi di oggi è un lusso che non possiamo permetterci. Le nostre imprese hanno dimostrato di reggere meglio la crisi rispetto a quelle guidate da maschi. E’ il momento di puntare su di noi”. Le proposte alla politica occupano la parte centrale dell’intervento. Sono le stesse richieste che la leader delle artigiane ha avanzato in occasione dell’apertura della Convention, ma, spiega “ho avuto la sensazione che i politici presenti alle tavole rotonde abbiano cercato si sfuggire”. Ai politici Gentile non chiede sussidi per le imprese guidate da donne ma prospettive future, garanzie di crescita, “chiediamo di essere messe in condizione di lavorare. Non chiediamo posti di lavoro, il lavoro noi ce lo creiamo da sole”. La Presidente di Confartigianato Donne Impresa sollecita strumenti per favorire la conciliazione lavoro-famiglia: “Abbiamo bisogno di un welfare che sia strutturato secondo le nostre esigenze” perché, sottolinea, “le nostre sono micro imprese, per pensare alla famiglia oggi dobbiamo lasciare il lavoro. Per noi la maternità è importante e la cura della famiglia rappresenta un valore. Che non vogliamo e non dobbiamo delegare. Ma l’accompagnamento deve esserci e deve essere efficace”. Il documento con le proposte del movimento Donne Impresa per un welfare a misura di lavoratrici autonome, presentato nel corso della Convention, per Rosa Gentile non rappresenta un punto di arrivo ma di partenza: “Ci ha
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Welfare sociale, il ministro Sacconi incontra gli artigiani ad Arezzo
“Lo Stato sociale, conosciuto anche come Welfare state, è un sistema che si propone di fornire servizi e garantire diritti considerati essenziali per un tenore di vita accettabile”. Tra questi diritti, secondo la definizione enciclopedica del termine, ci sono “l’assistenza sanitaria e di vecchiaia, i sussidi alla disoccupazione e alle famiglie che vivono in un accertato stato di bisogno”. Di welfare, dunque, si è parlato nel corso dell’evento conclusivo del Festival della Persona di Arezzo. Per farlo, sul palco della Sala congressi dell’Hotel Minerva sono saliti un’economista, Gianfranco Cerea, docente di Economia pubblica all’Università di Trento, uno storico dell’economia, Giulio Sapelli, docente di Storia dell’economia all’Università di Milano, ed il Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali, Maurizio Sacconi. L’incontro, moderato dal direttore del quotidiano La Nazione, Giuseppe Mascambruno, ha offerto un’ampia e condivisa panoramica sulle necessità, le proposte e l’attuale realtà sociale del nostro Paese. Giulio Sapelli ha puntato l’indice contro la “precarietà delle economie” emersa in maniera netta durante la recente crisi finanziaria, contro la “sovrapproduzione consumistica che si sta attuando nei mercati di tutto il mondo” e contro l’aumento delle spese di gestione dello Stato italiano. “Negli ultimi dieci anni - ha sottolineato - soltanto la spesa per gli enti locali è aumentata del 145%”, ha ricordato l’economista. Dopo una prima analisi dei principali sistemi sociali nazionali, dal welfare tipico dell’Europa settentrionale a quello di stampo americano, l’economista ha illustrato le caratteristiche delle tre vie del sistema previdenziale, interamente pubblico, individuale o con la convergenza tra i due diversi modelli. Una possibile soluzione alle problematiche del welfare italiano l’ha presentata Gianfranco Cerea. “In Trentino Alto Adige - ha detto Cerea - esiste un efficace sistema di previdenza complementare, basato sul principio di un welfare che faccia leva sulla sussidiarietà”. I dati d’adesione, d’altronde, ne dimostrano la qualità. “In Italia, mediamente, soltanto il 20% dei lavoratori ha aderito alla previdenza complementare. Nella sola Provincia di Bolzano, invece, la percentuale sale al 72%, il 60% senza considerare i stagionali o i lavoratori stranieri”. Numeri buoni per dimostrare “le tante criticità del Sistema italiano” e per lanciare una proposta nuova, particolare. “Si tratta, in parole semplici, di un TFR che accompagni la persona fin dalla nascita, un fondo dove far convergere tutte le forme assistenziali erogate dallo Stato, dove conservare un risparmio che si accumula nel tempo. Durante la vita lavorativa, inoltre, quel fondo diventerebbe la previdenza complementare con cui finanziare e garantire le spese sociali della persona. Bisogna cambiare i rapporti tra pubblico e privato - ha dichiarato Cerea - Così facendo, alla sfera pubblica spetterebbe il compito di garantire l’assistenza di base, lasciando che ulteriori risorse vengano accumulate dall’impegno specifico della persona. Bisogna responsabilizzare i cittadini”, ha poi concluso l’economista Gianfranco Cerea. Parole che devono aver trovato d’accordo anche Maurizio Sacconi, titolare del dicastero del Lavoro e delle Politiche sociali, che per iniziare il proprio ragionamento sul welfare italiano è partito dalla stessa parola, responsabilità. “Il nuovo modello che abbiamo cercato di descrivere nel Libro Bianco ha in un concetto fondamentale la sua prima espressione - ha esordito il Ministro - E’ un concetto della presa in carico della responsabilità della persona, della partecipazione della persona al suo stesso benessere ed in funzione, anche, di quell’idea di sussidiarietà i cui primi destinatari sono proprio la persona e la famiglia”. Ripartire dai valori che sono alla base della coscienza della persona significa “ripartire dalla nostra verità, da quei valori che appartengono al senso comune della nostra cultura perché è lì che trovate la persona, la persona come essere in relazione, la persona che si realizza nelle relazioni e che nelle relazioni trova il senso della vita, a partire dalla famiglia, nella quale non si determinano solo relazioni affettive, ma anche relazioni economiche, come insegna la storia degli artigiani italiani, nella quale si sperimentano le prime forme di sussidiarietà. Non è retorica, significa rimettere in discussione ciascuno nel proprio ambito se veramente la persona è il fine ultimo di ogni nostra azione. Questo significa ripartire dalla centralità della persona e riconoscere il valore della vita”, ha aggiunto il Ministro. Parlando del “Libro Bianco sul futuro del modello sociale”, “operazione partecipata per la quale ringrazio Confartigianato per gli efficaci contributi”, il Ministro Sacconi ha sottolineato l’importanza di “razionalizzare le risorse sociali” e le “differenti garanzie sociali tra Nord e Sud a livello di prestazioni sociali, sanitarie ed assistenziali”. Per colmare quel divario, Sacconi ha fatto ancora appello alla “responsabilità degli amministratori locali e dei cittadini”, tornando sul Libro Bianco del welfare, “un documento che si basa su tre diritti fondamentali della persona - ha ricordato Sacconi - La salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro, una giusta remunerazione, che offra garanzie e che premi il merito e la competenza, e, soprattutto, la conoscenza, come aggiornamento continuo delle competenze professionali di ciascuna persona. L’inoccupazione - ha rilanciato - è la prima minaccia a questo diritto”. “Serve una formazione continua che non si traduca in attestati e titoli. E’ necessario dare valore professionale alla persona - ha ripreso il Ministro - puntando sulla bilateralità, su una nuova forma di contrattazione che riconosca i territori, e le persone, come obiettivo principale del proprio operare. Per questo motivo ringrazio nuovamente Confartigianato per aver realizzato il nuovo modello contrattuale che ha decentrato la contrattazione collettiva, dando quindi la decisiva spallata a quel monumento del conflitto distributivo che era il contratto nazionale”. “Non è un caso se Confartigianato è l’unica rappresentanza imprenditoriale ad aver pensato e realizzato un Festival della Persona. L’imprenditore artigiano è una persona che vive con altre persone, i suoi collaboratori - ha sottolineato Cesare Fumagalli, Segretario generale di Confartigianato – Quello che coraggiosamente abbiamo voluto evidenziare in questi tre giorni è che la persona non è un individuo isolato ma una parte della propria comunità, con cui necessariamente instaura un rapporto di condivisione. Condivisione che gli artigiani italiani hanno tradotto in mutualità, in un’assunzione condivisa delle proprie e altrui responsabilità, che nel nostro mondo imprenditoriale si traduce nei sistemi mutualistici ed i Consorzi fidi”.