FISCO - Acconti di imposta Confartigianato: “Buone notizie per le micro e piccole imprese”

“Sulla base delle prime anticipazioni, registriamo un positivo cambiamento di rotta da parte del Governo rispetto al provvedimento dello scorso anno che aveva ridotto gli Leggere di più


Ddl Semplificazione Fumagalli (Confartigianato): “Positivi passi avanti per semplificare vita delle imprese”

“Positivi passi avanti sul fronte della semplificazione dell’attività d’impresa, particolarmente utili in questo momento di crisi e significativi per i risparmi che genereranno”.Leggere di più


L’Italia al top nell’Ue con 1.519.100 imprese ‘rosa’. Ma le pari opportunità sono ancora lontane

La crisi non ha sconfitto la voglia delle donne di fare impresa. L’Italia ha il primato europeo per numero di imprenditrici e di lavoratrici autonome. A giugno 2009 il nostro Paese registra 1.519.100 imprenditrici a fronte di 1.278.700 imprenditrici della Germania, 1.078.900 nel Regno Unito, 1.055.600 in Polonia, 952.400 in Spagna e 767.100 in Francia. In particolare, tra il 2007 e il 2008, le donne a capo di imprese artigiane sono aumentate dello 0,8%, raggiungendo il numero di 365.913. Questa la ‘fotografia’ delle imprese guidate da donne scattata dall’Osservatorio di Confartigianato sull’imprenditoria femminile durante la XI Convention di Confartigianato Donne Impresa. Secondo i numeri illustrati dal responsabile dell’Ufficio Studi Confederale Enrico Quintavalle e da Renato Mannheimer direttore dell’Ispo (Istituto di Studi sulla Pubblica Opinione) le imprese artigiane al femminile si concentrano prevalentemente nel Nord d’Italia, soprattutto in Lombardia (18,6% del totale), in Emilia Romagna (10,9%) e in Veneto (10,5%). Il 47,7% delle imprenditrici artigiane è impegnato nel settore dei servizi alle persone, il 34,7% nel settore manifatturiero con una spiccata prevalenza nei comparti del tessile-abbigliamento e dell’alimentare, l’11,3% nel settore dei servizi alle imprese. Le regioni che tra il 2007 e il 2008 hanno registrato l’aumento maggiore di artigiane sono il Lazio (+2,9%), la Calabria (+2,7%), la Puglia (+2,5%), la Liguria (+1,8%). “Le imprenditrici artigiane - ha sottolineato Mannheimer- sono prudenti sui tempi della ripresa economica (il 70% ritiene che l’uscita dalla crisi avverrà non prima di 1 o 2 anni), ma sono anche ben determinate a resistere: nonostante tra il 2008 e il 2009 il 61% delle imprenditrici abbia subito un calo del giro d’affari e del fatturato, l’84% ha mantenuto stabile l’occupazione in azienda”. Più che la crisi, il grande problema che preoccupa le imprenditrici è la conciliazione tra l’impegno lavorativo e la cura della famiglia: lo dichiara l’82% delle imprenditrici intervistate dall’Osservatorio di Confartigianato. Un problema talmente grave che l’88% delle intervistate ritiene impossibile assentarsi dal lavoro per dedicarsi ai figli o delegare ad altri le proprie mansioni nel periodo della maternità. Il 63% del campione è drastico: la passione per il lavoro costringe a rinunciare alla famiglia. Le imprenditrici italiane hanno le idee chiare su cosa serve per mettere d’accordo tempi di lavoro e cura della famiglia. Il 91% chiede di aumentare i servizi alla famiglia, come gli asili nido. L’85% è convinta che, se si risolvesse il problema della conciliazione, lavorerebbero più donne e circolerebbe più ricchezza per tutti. Nelle richieste alla politica e alle istituzioni per favorire il lavoro imprenditoriale femminile spicca al primo posto la necessità di investimenti in servizi all’infanzia e alla famiglia, soluzione indicata come prioritaria dal 25% delle imprenditrici, cui si affianca la richiesta di politiche di sostegno al reddito delle famiglie (17%). Tra le altre richieste un maggiore sostegno anche interno all’azienda, tramite la diffusione di forme contrattuali temporaneamente flessibili (indicata dal 23% delle imprenditrici) e la detassazione del lavoro femminile (14% delle risposte). Nell’Osservatorio presentato alla Convention di Confartigianato Donne Impresa, l’Ufficio Studi Confederale ha misurato i divari che separano il nostro Paese dalla media europea per quanto riguarda la condizione femminile e l’accesso al mercato del lavoro. “L’ Italia –ha spiegato Enrico Quintavalle - ha il record negativo per la partecipazione delle donne italiane al mercato del lavoro: il tasso di attività delle donne con più di 15 anni di età è del 38,7%, rispetto al 53,1% della media europea. Il lavoro femminile, sia autonomo che dipendente, è ostacolato dalle carenze dei servizi pubblici per sostenere le donne nella cura dei figli e dei familiari anziani”. Secondo l’Osservatorio di Confartigianato la spesa pubblica per la famiglia in Italia è la metà di quella media europea: 1,1% del Pil contro il 2,1% della media Ue. La spesa sociale al netto delle pensioni è pari al 10,1% del Pil contro il 14,6% della media europea. Allarmanti i dati dell’Osservatorio di Confartigianato sulla carenza di offerta di posti negli asili nido pubblici: la percentuale di bambini fino a 3 anni che ne fruiscono è del 6,3%, a fronte del 19,6% dei 4 maggiori Paesi europei. Non va meglio per i servizi di cura e assistenza agli anziani. L'indicatore esaminato è dato dal numero di letti per lungodegenti in ospedali e case di cura ogni 1000 abitanti con oltre 65 anni; tale indice è del 15,7% nel nostro paese, di gran lunga inferiore al 41,4% della media europea. Anche nella formazione permanente il nostro Paese mostra un divario consistente: la quota di popolazione femminile tra 25 e 64 anni che partecipa ad attività formazione e training è del 6,6%, circa la metà del 12,4% medio europeo.


La Francia apre ai “piccoli”

Fino a cinque anni fa era la responsabile del marketing e della comunicazione di una grande impresa francese. Una dipendente, dunque. Oggi è un’imprenditrice, o meglio un’autoimprenditrice che ha sfruttato la razionalizzazione del personale dell’impresa in cui lavorava, e la recente normativa d’oltralpe sull’autoimpiego, per trasformare la passione di una vita, quella per il restauro dei mobili e degli arazzi, in una professione. Che ora marcia alla grande: in pochi mesi il suo sito internet è balzato da zero a una media di 450 contatti al giorno, e, nonostante la crisi, gli ordinativi sono sufficienti a tenerla occupata almeno fino alla prossima primavera. Valerie Pizzi ha raccontato la sua storia a chi può capirla meglio, alle imprenditrici di Confartigianato. Valerie è allo stesso tempo imprenditrice, moglie e madre. Tre ruoli che la accomunano alla maggioranza delle centocinquanta imprenditrici presenti alla Convention “Donne Impresa”. Con una sola significativa differenza. Vive in Francia. Detta con altre parole, non lavora in Italia. Il che non fa proprio la differenza ma certo aiuta: qui da noi, al primato europeo per numero di imprenditrici e lavoratrici autonome, ben 1.519.000, e per numero di micro e piccole imprese, fa da contrappunto l’assenza di meccanismi che incentivano il mettersi in proprio. Mentre in Francia, il cui tessuto produttivo è incentrato sull’industria, tali meccanismi ci sono eccome, tanto che nell’ultimo anno hanno favorito la nascita di 400.000 attività imprenditoriali. Una contraddizione evidente, difficile da spiegare. Anne Claire Jarry Bouabid, Addetto Fiscale dell’Ambasciata di Francia in Italia che ha affiancato Valerie Pizzi nell’incontro con le imprenditrici di Confartigianato, tira dritto. Rileva la contraddizione ma si concentra su quello che funziona nel suo Paese, sorvolando benignamente sulla situazione italiana. “Negli ultimi venti anni in Francia – spiega Jarry – è in corso un’inversione di tendenza. I Governi che si sono succeduti, infatti, hanno curato molto le piccole imprese, nonostante il nostro sistema produttivo rimanga industriale. A partire dal 2008 sono attive le norme a favore dell’autoimprenditorialità: studenti, funzionari, pensionati possono verificare la loro idea imprenditoriale creando una piccola impresa. Dal punto di vista fiscale le aliquote sono basse, non si paga l’Irpef o l’Iva, ma solo un forfait: 12% fino a 32.000 euro di guadagni; 23% fino a 80.000 euro. Se poi non si ha fatturato, non si paga nulla”. E i benefit non finiscono qui. Sono previsti aiuti ed incentivi per l’accesso al credito oltre a corsi di formazione per i futuri imprenditori, tarati sulle materie gestionali. “Dopo che ho contrattato la fuoriuscita dall’azienda in cui lavoravo – riprende l’imprenditrice Valerie Pizzi – ho seguito per cinque anni un corso di formazione sul restauro. Poi ho realizzato un attento business plan della mia futura attività in attesa del via libera allo statuto per gli auto imprenditori. A gennaio del 2009 ho registrato la mia impresa personale. E’ stata interessante la facilità dell’iscrizione, ci sono voluti solo quindici minuti, tutto on-line. Dopo otto giorni mi è arrivato a casa il numero di iscrizione. Ho trasformato una stanza di casa in laboratorio e tutto il tempo che risparmio in spostamenti o in burocrazia, lo dedico a mio figlio che ha sette anni”. Conciliare lavoro e famiglia per Valerie Pizzi è una sfida vinta. Forse ci sarebbe riuscita anche se non avesse trasformato parte della casa in una bottega, perché è vero che in Francia gli asili sono tanti anche se non sufficienti, ma a differenza dell’Italia le famiglie hanno a disposizione pure altri strumenti che da noi non esistono. Spiega l’Addetto Fiscale dell’Ambasciata di Francia Anne Claire Jarry: “Abbiamo gli assegni per la maternità, 800 euro mensili per tre anni, meccanismi di crediti di imposta per far seguire i bambini, oltre alla figura delle custodi familiari che hanno in cura fino a tre bambini”. Appunti per didascalie: nell'immagine l'imprenditrice francese Valerie Pizzi


Donne Impresa, il “Sole d’argento” ad Anna Maria Corazza Bildt

Anna Maria Corazza Bildt, romana di nascita, svedese d’adozione, è parlamentare europea per il paese scandinavo dal 2009. Donna imprenditrice prima ancora che esponente politica, Anna Maria Corazza Bildt ha ricevuto il Premio Sole d’argento dalle imprenditrici di Confartigianato perché rappresenta un “esempio di affermazione femminile nel mondo del lavoro e promotrice di iniziative in difesa dei diritti umani”. Secondo la motivazione del riconoscimento consegnatole dalla Presidente Rosa Gentile, la Corazza Bildt “ha saputo esprimere con sensibilità e passione il proprio impegno imprenditoriale e politico, contribuendo a diffondere ed esaltare i valori del made in Italy in ambito internazionale”.


Conciliazione, politica, cultura e società a confronto sui tempi della famiglia e del lavoro

Se si volesse riassumere la vasta gamma di proposte politiche emerse durante la Convention di Donne Impresa in un’unica parola, questa, probabilmente, sarebbe conciliazione. Titolo e filo conduttore della tavola rotonda della seconda giornata di lavori, il dibattito sulla conciliazione tra tempi imprenditoriali e tempi della famiglia ha coinvolto Anna Maria Corazza Bildt, imprenditrice e parlamentare europea, Annamaria Serafini, Vicepresidente della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza del Senato, Francesca Pelaia, dirigente del Servizio interventi per la conciliazione del Consiglio dei Ministri, e Alessandro Rosina, professore di Demografia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Il primo a rompere gli indugi nel confronto moderato dalla giornalista televisiva, Mariella Zezza, è stato il professor Rosina, che ha denunciato le difficoltà tutte italiane “di attuare efficaci politiche di conciliazione, nonostante le ottime opportunità di sviluppo e ricchezza create” da iniziative di questo tipo. “In Italia - ha continuato - c’è bisogno di un intervento deciso della classe politica per aprire una nuova stagione di iniziative per la conciliazione e per avviare una rivoluzione culturale necessaria per abbattere gli ostacoli che ne impediscono lo sviluppo in Italia”. Curioso, inoltre, il dato fornito da Rosina sulle mancate nascite nel nostro Paese. “Negli ultimi 30 anni - ha detto - sono circa 6 milioni i bambini non nati” a causa di un welfare che non aiuta le giovani famiglie a mettere al mondo figli. Una legge sulla conciliazione esiste, però, è il decreto ministeriale 53/2000. C’è chi la critica, come il Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali, Maurizio Sacconi, e chi la sostiene, come Francesca Pelaia, dirigente del Servizio interventi per la conciliazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri. “La 53/2000, e più in particolare l’articolo 9, è una norma buona per i bisogni emergenti e per sperimentare soluzioni efficaci, percorribili e risolutive. Ora, però, bisogna fermarsi per analizzarne le criticità come gli aspetti positivi. In Italia - ha sottolineato - esistono limiti strutturali all’affermazione dell’autoimprenditorialità, soprattutto femminile. Esiste ancora una differenza sostanziale tra trattamento delle lavoratrici dipendenti e autonome”. La libertà di scegliere una maternità, e la conseguente astensione dal lavoro, è un diritto della donna, e non esclusivamente delle lavoratrici dipendenti. “Oggi, la norma sulla sospensione per maternità è obbligatoria esclusivamente per il lavoro dipendente”, ma il recente impegno dimostrato in questa direzione dal Ministero del Lavoro dimostra “l’affermazione, o quantomeno l’inserimento, del tema della conciliazione nell’agenda politica italiana”. Sul territorio, però, le regioni che hanno lavorato in questa direzione si contano sulle dita di una mano. “Emilia Romagna, Veneto, Toscana e Piemonte, dove è stato accolto il 100% dei progetti previsti dall’articolo 9 della 53/2000, sono le realtà regionali che hanno aperto in maniera più decisa alla conciliazione”. “Investire sul capitale umano è dare una spinta alla produttività e allo sviluppo del Paese. L’Europa l’ha capito, noi ancora no - ha debuttato senza mezzi termini la senatrice Annamaria Serafini - Nonostante le gravi difficoltà economiche, la Francia e la Germania hanno investito in maniera decisa sugli asili nido. E in Italia?”. In Italia la nascita di un asilo nido che segua i ritmi scanditi dai tempi dell’imprenditorialità, che riesca ad assecondare i bisogni e le necessità delle mamme imprenditrici è un episodio più unico che raro. Un’eccezione che, a Prato, è nata dall’iniziativa dell’Associazione provinciale di Confartigianato. “L’albero del melograno - Centro per l’infanzia e la famiglia” è un asilo nido aziendale compatibile con i tempi di lavoro delle mamme imprenditrici, che offre l’opportunità di “accompagnare i bambini anche di pomeriggio, secondo le esigenze dei nostri orari di lavoro”, come ha ricordato Rosa Gentile, Presidente di Donne Impresa. “L’Italia chiude il Ministero per la famiglia, investe il 20% in meno della media europea per le politiche familiari e non crede davvero al lavoro delle donne”, ha ripreso la senatrice Serafini. “Il nostro è un welfare di tipo mediterraneo, che investe poco sulla famiglia e ancor meno sui servizi. Per queste ragioni - ha concluso - il nostro Paese ha uno dei tassi di disoccupazione femminile tra i più bassi d’Europa ed un tasso demografico che inizia a farsi davvero preoccupante”. Ma è stata Anna Maria Corazza Bildt a spostare l’attenzione del convegno sulla “fondamentale importanza di avviare un dibattito sociale, prima ancora che politico, sulla dignità della donna. Senza questo passaggio non si può neanche pensare alla definizione di leggi”, ha aggiunto la parlamentare europea prima di presentare le tipicità del welfare svedese. “In Svezia esiste uno straordinario sistema sociale esclusivamente per le lavoratrici dipendenti. Per le imprenditrici, invece, non esiste un sistema di garanzie sociali altrettanto efficace. Recentemente, però, anche la politica svedese sta discutendo di estendere quei diritti anche alle lavoratrici autonome. Non è un caso, infatti, se la parte più importante del pacchetto anticrisi varato dal Governo svedese è dedicata alla formazione delle donne, una leva decisiva per la ripresa ed il rilancio economico di tutto il Paese”. Una tesi apprezzata dalle oltre 150 imprenditrici presenti al Centro Congressi Capranica e da Alessandro Rosina, che ha rilanciato l’argomento sottolineando come “la bassa incidenza di occupazione in Italia priva l’intero Paese di una fetta consistente di opportunità economiche ed occupazionali, in termini di ricchezza e di produttività. Lavoro femminile che porterebbe ricchezza in primo luogo ai bilanci delle famiglie italiane”. “Occorre un nuovo modello sociale con cui affrontare questi temi. Come molti studi hanno diomostrao, ad esempio, la conciliazione rappresenta un efficace investimento sociale - ha sottolineato Francesca Pelaia chiudendo la tavola rotonda - Ogni euro investito nella conciliazione, infatti, genera un ritorno di 16 euro”.